Uno studente italiano su due sarebbe favorevole a introdurre anche nelle scuole italiane punizioni corporali contro i bulli, sul modello di Singapore. È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Skuola.net sui propri canali social, pubblicato il 13 maggio 2026, che ha coinvolto oltre 1.000 studenti.
Il risultato fotografa una spaccatura netta: il 50% dei partecipanti ritiene che “una punizione del genere ci vorrebbe anche in Italia”, invocando il “pugno duro” contro il bullismo. L’altro 50% si oppone fermamente, sostenendo che “la violenza non si cura con la violenza” e che simili misure rappresenterebbero un “ritorno al Medioevo”.
Il dibattito nasce dalle nuove linee guida anti-bullismo discusse a Singapore dopo una serie di episodi che hanno scosso l’opinione pubblica.
Il modello Singapore: bastonate come extrema ratio e supporto psicologico
A Singapore, nei casi più gravi di aggressioni perpetrate da studenti maschi, il sistema scolastico prevede l’applicazione di punizioni corporali: fino a tre colpi di bastone, somministrati secondo una procedura rigorosamente definita. Il provvedimento richiede l’autorizzazione del preside e viene eseguito esclusivamente da personale qualificato, con l’obiettivo di garantire che la misura sia applicata in modo controllato e non arbitrario.
Il ministro dell’Istruzione Desmond Lee ha chiarito che la punizione corporale rappresenta un’extrema ratio, utilizzabile soltanto quando tutte le altre soluzioni educative si rivelino insufficienti. La misura non si esaurisce nella sanzione fisica: dopo l’applicazione, allo studente punito viene offerto un percorso di supporto psicologico, volto a favorire la riflessione sul comportamento scorretto e a prevenire recidive.
Questo modello è tornato al centro del dibattito pubblico dopo una serie di episodi di bullismo che hanno scosso l’opinione pubblica singaporiana, spingendo le autorità a discutere nuove linee guida anti-bullismo. Il sistema si fonda sull’equilibrio tra deterrenza immediata e accompagnamento educativo, cercando di contemperare rigore disciplinare e attenzione alla crescita personale dello studente.
La compatibilità con il sistema italiano: limiti normativi e fiducia nelle sanzioni
Skuola.net sottolinea che l’ipotesi di introdurre punizioni corporali nelle scuole italiane resta incompatibile con il quadro normativo vigente. Il sondaggio, pur riferendosi a uno scenario ipotetico, mette in luce una forte sfiducia verso gli strumenti disciplinari attualmente utilizzati, come note sul registro e sospensioni.
Questi provvedimenti vengono percepiti da molti studenti come misure inefficaci, incapaci di scoraggiare comportamenti violenti o di garantire un ambiente scolastico sicuro. La richiesta di maggiore deterrenza si scontra così con i limiti del sistema italiano, che esclude qualsiasi forma di punizione fisica, orientandosi invece verso approcci educativi e di supporto psicologico.
I dati Istat sul bullismo: incidenza e frequenza degli episodi
I numeri pubblicati dall’Istat nel 2025, riferiti al 2023, tracciano un quadro preoccupante della diffusione del bullismo tra i giovani italiani. Il 68,5% degli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni ha subito almeno un episodio offensivo, aggressivo o di esclusione nei dodici mesi precedenti, sia attraverso canali digitali sia in presenza.
La dimensione del fenomeno emerge con maggiore nitidezza quando si osserva la ricorrenza degli episodi: il 21% dei ragazzi dichiara di aver vissuto atti di bullismo più volte al mese, mentre per circa l’8% gli attacchi si sono ripetuti con cadenza almeno settimanale. Questi dati restituiscono la portata di un problema che attraversa la vita quotidiana di milioni di studenti e contribuisce a spiegare la forte sensibilità del tema nel dibattito pubblico e scolastico.
Le implicazioni per il dibattito scolastico: richieste di rigore e rifiuto della violenza
Il sondaggio fotografa una polarizzazione netta del discorso tra gli studenti. Da un lato emerge la richiesta di un “pugno duro”, sostenuta da chi ritiene inefficaci note e sospensioni; dall’altro si oppone la convinzione che “la violenza non si cura con la violenza” e il timore di un “ritorno al Medioevo”.
La percezione dell’inefficacia delle sanzioni attuali sembra aprire, nella metà del campione, uno spazio di disponibilità verso misure più dure. Il confronto pubblico riacceso dalle linee guida discusse a Singapore ha amplificato il tema, portando in superficie una frattura presente tra i giovani stessi sul confine tra deterrenza e rispetto della dignità.