Quibus actis, Quid ergo? inquit ille, quoniam oratorias exercitationes non tu quidem, ut spero, reliquisti,

sed certe philosophiam illis anteposuisti, possumne aliquid audire? Tu vero, inquam, vel audire vel dicere; nec enim, id quod

recte existimas, oratoria illa studia deserui, quibus etiam te incendi, quamquam flagrantissumum acceperam, nec ea, quae nunc

tracto, minuunt, sed augent potius illam facultatem. Nam cum hoc genere philosophiae, quod nos sequimur, magnam habet orator

societatem; subtilitatem enim ab Academia mutuatur et ei vicissim reddit ubertatem orationis et ornamenta dicendi. Quam ob rem,

inquam, quoniam utriusque studii nostra possessio est, hodie, utro frui malis, optio sit tua. Tum Hirtius: Gratissumum, inquit,

et tuorum omnium simile; nihil enim umquam abnuit meo studio voluntas tua.

Traduzione

Dopo aver parlato di ciò, mi disse: «Allora, siccome non hai certo abbandonato, spero, gli esercizi

oratori, ma li hai senz’altro posposti alla filosofia, potrei forse sentire un saggio della tua eloquenza?». «Ma certo: è

tua facoltà», risposi, «tanto l’ascoltare quanto l’intervenire. Sì, è come tu ritieni: non ho abbandonato quegli studi

oratori grazie ai quali ho infiammato anche te – ma già ardevi d’entusiasmo quando ti accolsi -, né i miei interessi attuali

diminuiscono le capacità espressive, anzi le potenziano. Con il genere di filosofia che seguiamo, l’oratore ha infatti

un’intima affinità: dall’Accademia prende a prestito la sottigliezza dell’argomentazione e in cambio restituisce alla

filosofia la dovizia dell’arte oratoria e gli ornamenti retorici. Perciò», continuai, «dal momento che padroneggiamo

entrambi i campi, oggi lascio a te la scelta, se preferisci trattare dell’uno o dell’altro». Allora Irzio: «È una

cortesia squisita da parte tua», disse, «com’è tipico di ogni tuo gesto: la tua benevolenza non ha mai opposto un rifiuto ai

miei desideri.