Il rapporto annuale Istat 2026 conferma un divario persistente tra Italia e Unione Europea nella quota di giovani con titolo terziario. Nella fascia 25-34 anni, solo il 31,6% possiede una laurea o un titolo equivalente, contro il 44,1% della media Ue. Il gap di 12,5 punti percentuali testimonia una difficoltà strutturale del sistema italiano nel produrre laureati, nonostante i benefici documentati di questa scelta formativa.
Il ritardo tocca direttamente chi si affaccia oggi all’università: il minore peso dei titoli terziari limita la mobilità sociale e riduce le opportunità di accesso a lavori qualificati. L’analisi Istat evidenzia come il possesso della laurea si associ a migliori esiti occupazionali e maggiore protezione dall’indigenza, rendendo la formazione terziaria uno strumento chiave per orientare scelte future con consapevolezza.
I rendimenti della laurea tra occupazione, povertà e salute
Il possesso di un titolo terziario si conferma fattore determinante per l’inserimento nel mercato del lavoro: secondo i dati Istat, il tasso di occupazione raggiunge l’85,3% tra i laureati, contro il 74,6% registrato dai diplomati e il 56,1% di chi dispone della sola licenza media. Il divario occupazionale evidenzia come l’investimento formativo si traduca in concrete opportunità professionali.
Oltre all’occupazione, la laurea rappresenta il principale strumento di protezione dall’indigenza: la povertà assoluta colpisce appena il 2,3% dei laureati, a fronte del 15,1% tra chi possiede al massimo la licenza media. Il titolo di studio si associa inoltre a una maggiore speranza di vita a 30 anni, con un differenziale di 4,2 anni per gli uomini e 2,8 anni per le donne rispetto ai meno istruiti, confermando il legame tra istruzione terziaria e benessere complessivo.
La circolazione dei talenti e il saldo migratorio dei giovani laureati
Il capitale umano qualificato continua a lasciare l’Italia con un ritmo preoccupante. Nel 2024, tra i giovani di 25-34 anni con almeno la laurea, gli espatri hanno raggiunto quota 25mila unità, mentre i rimpatri si sono fermati poco oltre le 4mila. Il risultato è un saldo migratorio negativo di circa 21mila giovani altamente istruiti, a conferma di un’emorragia che sottrae competenze al sistema paese.
La fuga riguarda soprattutto i profili più specializzati: il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia svolge la propria attività professionale all’estero. Le ragioni dichiarate parlano chiaro. L’81,7% cita maggiori opportunità di trovare un impiego coerente con il proprio percorso formativo, mentre il 73,7% indica retribuzioni più elevate come motivazione principale della scelta di trasferirsi oltre confine.
Paradossalmente, l’Italia ha incrementato la produzione di laureati: dal 1999 al 2024 i 25-34enni che conseguono un titolo terziario sono quasi triplicati, arrivando a 544mila. Eppure il sistema fatica a trattenere proprio chi ha investito di più nella propria formazione, amplificando così il divario con i partner europei.
I segnali positivi su Neet e abbandono, con fragilità negli apprendimenti
L’Italia ha centrato in anticipo l’obiettivo europeo 2030 sugli abbandoni scolastici precoci, fermi all’8,2% nel 2025 contro il 9,1% della media UE27. Il miglioramento rispetto al 2005, quando il divario era di 6,5 punti, segnala un recupero significativo.
Anche il fenomeno Neet registra progressi: nel 2025 coinvolge il 13,3% dei giovani tra 15 e 29 anni, quasi dimezzato dal 25,7% del 2015. Tuttavia, permangono fragilità negli apprendimenti. Il 36% degli studenti all’ultimo anno delle superiori presenta competenze inadeguate in italiano e matematica, mentre l’8,7% è in dispersione implicita, con livelli insufficienti anche in inglese.
Le criticità risultano più marcate tra i maschi, chi ha background migratorio o proviene da famiglie in difficoltà economica.