L’indagine nazionale “Io e l’Intelligenza Artificiale” è stata presentata nella Sala Nassirya del Senato, promossa congiuntamente da INDIRE e dal Festival dell’Innovazione Scolastica. La ricerca ha coinvolto un campione di 5.342 studenti delle scuole secondarie, rappresentando per dimensioni una delle rilevazioni più ampie finora realizzate in Europa sul tema, come evidenziato da Samuele Calzone, primo ricercatore INDIRE.
L’obiettivo principale è stato mappare gli usi, gli atteggiamenti e le pratiche di verifica delle informazioni legate all’intelligenza artificiale tra i giovani studenti italiani, fornendo dati concreti su un fenomeno che sta trasformando rapidamente il panorama educativo.
La diffusione d’uso: frequenza, studio e confidenza digitale
L’indagine nazionale presentata al Senato restituisce un quadro di diffusione capillare: il 94% degli studenti delle scuole secondarie utilizza l’intelligenza artificiale e il 62% vi ricorre almeno una volta alla settimana. L’84% si serve dell’IA per attività di studio, confermando che la tecnologia è entrata stabilmente nelle pratiche scolastiche quotidiane.
Un dato significativo riguarda la dimensione relazionale: il 53% degli studenti ha utilizzato almeno una volta l’IA come
Il paradosso della fiducia: controllo delle informazioni e percezioni di rischio
Tra i risultati più rilevanti dell’indagine emerge il cosiddetto “paradosso della fiducia”, un fenomeno che mette in luce comportamenti apparentemente controintuitivi degli studenti nei confronti dell’intelligenza artificiale.
I dati mostrano che sia chi ripone una fiducia cieca nell’IA, sia chi non si fida affatto tendono a verificare meno le informazioni ottenute. Al contrario, i controlli più frequenti e accurati si registrano tra chi mantiene un atteggiamento di fiducia moderata, dimostrando una maggiore consapevolezza critica nell’utilizzo dello strumento.
Questo dato assume particolare rilevanza alla luce delle percezioni di rischio espresse dagli studenti stessi. Il 44% del campione ha dichiarato di temere che l’intelligenza artificiale possa portare a “pensare meno con la propria testa”, evidenziando una preoccupazione concreta circa l’impatto sulla propria autonomia cognitiva. Inoltre, il 54% ritiene necessario che l’IA resti sotto controllo umano, segnalando l’esigenza di mantenere una supervisione diretta sull’uso di questi strumenti.
Il paradosso mette in evidenza come gli atteggiamenti estremi — sia di accettazione totale che di rifiuto completo — possano ostacolare lo sviluppo di pratiche di fact-checking efficaci. La fiducia moderata, invece, sembra favorire un approccio più equilibrato, in cui lo studente utilizza l’intelligenza artificiale come supporto senza rinunciare alla verifica autonoma delle informazioni ricevute, mantenendo così un maggiore controllo sul proprio processo di apprendimento.
Le indicazioni degli esperti: investimento educativo e competenze critiche
Mauro Magatti, sociologo dell’Università Cattolica, ha definito l’intelligenza artificiale un vero e proprio “farmaco”, capace al tempo stesso di cura e veleno. Secondo Magatti è necessario un grande investimento educativo che preveda obiettivi etici e pedagogici chiari e il coraggio della sperimentazione dal basso, paragonabile allo sforzo compiuto sulla scuola pubblica durante la Rivoluzione industriale.
Alberto Raffaelli, presidente del Festival dell’Innovazione Scolastica, ha parlato di uno “tsunami” che ha investito la scuola e che può rivelarsi positivo se affrontato con lucidità, partendo dai dati concreti raccolti dall’indagine.
Samuele Borri, dirigente tecnologo INDIRE, ha sottolineato l’urgenza di “togliere i ragazzi dall’inconsapevolezza” rispetto al funzionamento reale di questi strumenti. Samuele Calzone ha proposto un’ “immunizzazione preventiva attiva”: invece di limitarsi ad avvertimenti generici, la scuola dovrebbe portare gli studenti a individuare direttamente errori e limiti dell’intelligenza artificiale attraverso l’esperienza pratica.
Le ricadute didattiche: responsabilità dei docenti e centralità della relazione
Alessandra Carlini, docente del Liceo Cavour di Roma, ha evidenziato come l’intelligenza artificiale riproponga “le domande pedagogiche di sempre” sul significato dell’insegnare e dell’apprendere, sottolineando la responsabilità del docente di non lasciare soli gli studenti. Lo psicoterapeuta Luigi Ballerini ha messo in guardia sul rischio di confondere “una risposta con una relazione”: “Un chatbot può rispondere, ma non può prendersi cura”, ribadendo che la scuola rimane insostituibile per il tempo condiviso e le relazioni affidabili che offre.