DJ Fabo e Marco Cappato: la sentenza

Né assoluzione né condanna: è questa “la sentenza” per Marco Cappato, il radicale a processo per avere aiutato a morire Dj Fabo.  La Corte d’Assise di Milano ha infatti deciso di trasmettere gli atti alla Consulta perché valuti la legittimità costituzionale del reato. La Procura aveva chiesto l’assoluzione (come la difesa) anche in relazione alle forti testimonianze trasmesse in aula. A portare ciecamente avanti questa battaglia per la condanna di Cappato, invece, era stato il gip Luigi Gargiulo, sostenendo che Cappato avrebbe addirittura “rafforzato” il proposito di suicidio di Dj Fabo, diventato cieco e paralizzato dopo un incidente stradale.
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DJ Fabo:la storia

Il 27 febbraio si è spento Fabiano Antoniani in Svizzera, lontano dalla sua casa e dalla sua vita. Era stato un dj “allegro e un po’ ribelle”, un uomo la cui vita era cambiata il 13 giugno del 2014 in seguito a un incidente stradale, provocato da una disattenzione: tornando da un locale nel milanese, nel quale aveva tenuto un dj set, Fabiano aveva urtato violentemente contro un’altra auto mentre stava raccogliendo il cellulare che gli era caduto dalle mani, finendo sbalzato fuori dall’abitacolo. In seguito alle ferite riportate il dj era diventato cieco e tetraplegico, “intrappolato in una notte senza fine”. Dopo anni di battaglie per riemergere, di cure per migliorare la sua condizione, di analisi che portavano sempre lo stesso esito; Fabiano si è arreso. Aiutato da Marco Cappato è riuscito a raggiungere la Svizzera a reclamare il suo diritto alla morte, che nel suo Paese non è mai stato legale.

Marco Cappato: la vicenda giudiziaria

Alle 11 e 40 del 27 febbraio Fabiano muore volontariamente. Con lui, oltre alla madre e alla fidanzata c’è Cappato che il giorno dopo si autodenuncia ai carabinieri di Milano. Viene indagato con l’accusa di ‘aiuto al suicidio’ previsto dall’articolo 580 del codice penale che punisce con una pena fino a 12 anni di carcere “chiunque aiuta o determina altri al suicidio ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”. L’8 maggio la procura chiede di archiviare il caso (perché “Il principio del rispetto della dignità umana – si legge nel documento – impone l’attribuzione a Fabiano Antoniani, e in conseguenza a tutti gli individui che si trovano nelle stesse condizioni, di un vero e proprio ‘diritto al suicidio’, attuato anche in ‘via diretta’, mediante l’assunzione di una terapia finalizzata allo scopo suicidiario”), ma Il gip Luigi Gargiulo dispone l’imputazione coatta per Cappato. “In Italia non esiste il diritto a una morte dignitosa – argomenta – Un giudice non può trasformarsi in legislatore perché introdurrebbe nell’ordinamento un diritto inedito e, soprattutto, ne filtrerebbe l’esercizio, limitandosi ai casi in cui sussistano tali requisiti, peraltro meritevoli di una formulazione generale, astratta e rispettosa del canone di precisione che una simile materia richiede”. Cappato aveva richiesto il rito abbreviato; oggi è arrivata “la sentenza” che sancisce che non si può giudicare. La legge è troppo vecchia per stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un imputato “nell’ambito di valori e di diritti cambiati nel tempo”.