] . . . . quia pertinet ad

mores, quod ethos illi vocant, nos eam partem philosophiae de moribus appellare solemus, sed decet augentem linguam Latinam

nominare moralem; explicandaque vis est ratioque enuntiationum, quae Graeci axiomata vocant; quae de re futura cum aliquid

dicunt deque eo, quod possit fieri aut non possit, quam vim habeant, obscura quaestio est, quam Peri Dynaton philosophi

appellant, totaque est Logike, quam rationem disserendi voco. Quod autem in aliis libris feci, qui sunt de natura deorum,

itemque in iis, quos de divinatione edidi, ut in utramque partem perpetua explicaretur oratio, quo facilius id a quoque

probaretur, quod cuique maxime probabile videretur, id in hac disputatione de fato casus quidam ne facerem inpedivit.

Traduzione

… perché riguarda i costumi, che i Greci chiamano

etica, mentre noi siamo soliti denominare tale partizione come filosofia dei costumi, ma a chi si prefigge di elevare la lingua

latina si addice di definirla filosofia morale. Bisogna inoltre spiegare l’essenza e la natura delle proposizioni, che i

Greci chiamano assiomi; stabilire quale significato abbiano quando si esprimono sul futuro e su ciò che è possibile o che non

lo è, rappresenta un problema complesso, che i filosofi definiscono sul possibile: nel suo insieme costituisce la logica, che

io chiamo arte del ragionamento. Negli altri libri Sulla natura degli dèi, come pure nei libri che ho pubblicato Sulla

divinazione, ho adottato un criterio ben preciso: il discorso si svolgeva sistematicamente attraverso argomentazioni prima a

favore e poi contrarie, perché con maggior facilità ciascuno comprovasse la tesi che gli pareva più verosimile; nella presente

dissertazione sul fato, una circostanza mi ha invece impedito di attenermi a tale criterio.