Sed ea tempestate

coepere se quisque magis extollere magisque ingenium in promptu habere. Nam regibus boni quam mali suspectiores sunt semperque

iis aliena virtus formidulosa est. Sed civitas incredibile memoratu est adepta libertate quantum breui creuerit: tanta cupido

gloriae incesserat. Iam primum iuventus simul ac belli patiens erat in castris per laborem usum militiae discebat magisque in

decoris armis et militaribus equis quam in scortis atque conviviis libidinem habebant. Igitur talibus viris non labor insolitus

non locus ullus asper aut arduos erat non armatus hostis formidulosus: virtus omnia domuerat. Sed gloriae maximum certamen

inter ipsos erat: se quisque hostem ferire murum ascendere conspici dum tale facinus faceret properabat. Eas divitias eam bonam

famam magnamque nobilitatem putabant. laudis auidi pecuniae liberales erant; gloriam ingentem divitias honestas volebant.

memorare possum quibus in locis maximas hostium copias populus Romanus parua manu fuderit quas urbis natura munitas pugnando

ceperit ni ea res longius nos ab incepto traheret.

Traduzione

La città di Roma, secondo la tradizione, ebbe per fondatori e primi
abitanti i Troiani, che

vagavano in incerte sedi, profughi sotto la guida
di Enea, insieme con gli Aborigeni, popolo agreste, senza leggi né

magistrati, libero e indipendente. Questi, dopo che si raccolsero fra le
stesse mura, diversi di razza, di

lingua, di costumi, appare incredibile
ricordare con quanta rapidità si fondessero: così, in breve tempo, la

concordia di una turba dispersa e nomade fece una città. Ma dopo che il
loro Stato si accrebbe di cittadini, di

costumi, di terre, e apparve
prospero e vigoroso, allora, come per lo più accade nelle cose umane,
dalla

ricchezza sorse l’invidia. Allora re e popoli vicini sperimentarono
la guerra: pochi degli amici portarono aiuto;

gli altri atterriti si
tenevano lontano dai pericoli. Ma i Romani, sempre attivi in pace e in
guerra,

sempre in moto, sempre pronti, si esortarono a vicenda,
affrontarono il nemico, con le armi difesero la libertà, la

patria, la
famiglia. Poi, respinto con il valore il pericolo, portavano aiuto ad
alleati e ad amici, e con

l’accordare, più che con il ricevere benefici,
si guadagnavano le amicizie. Avevano un governo legittimo, il capo

aveva
titolo di re. A vantaggio dello Stato consultavano uomini scelti, di cui
il vigore fisico era

indebolito dagli anni, ma l’ingegno valido per la
saggezza: questi, per età e somiglianza di ufficio, erano chiamati

«padri». Poi, quando il potere regio, sorto in principio per conservare la
libertà e ingrandire lo Stato,

degenerò in una superba tirannide, mutarono
sistema di governo, si diedero due capi che avessero potere annuale: in

tal modo pensavano che l’animo umano non potesse più insolentire senza
freni.