Una vasta operazione della Polizia di Stato ha coinvolto quarantaquattro province italiane, impegnando oltre mille agenti contro le baby gang. L’attività investigativa, coordinata dal Servizio centrale operativo, ha portato all’arresto di centinaia di persone accusate di reati contro la persona, il patrimonio e la sicurezza pubblica.
Durante le operazioni sono stati sequestrati droga, armi da fuoco, armi bianche, denaro di provenienza illecita e beni frutto di ricettazione. Un dato emerge con particolare evidenza: quasi mille profili social utilizzati per diffondere messaggi di odio ed esaltare la violenza.
I numeri testimoniano l’efficacia dello Stato nel presidiare la legalità, ma sollevano una questione che travalica la cronaca giudiziaria e chiama in causa il progetto formativo nazionale. Il contrasto tra la forza della repressione e la necessità di prevenzione educativa strutturale rimane aperto.
La sola repressione non basta: perché intervenire prima
Il dibattito pubblico si è concentrato negli ultimi anni quasi esclusivamente sulle risposte penali. È una scelta comprensibile: lo Stato deve tutelare i cittadini e garantire l’ordine pubblico. Fermarsi a questa dimensione significa però intervenire quando il percorso verso la devianza si è già compiuto e consolidato.
Esiste un cammino lento, spesso invisibile, in cui alcuni ragazzi arrivano progressivamente a considerare la violenza un linguaggio normale, il gruppo criminale una forma di appartenenza e l’illegalità un modo per ottenere visibilità e riconoscimento sociale.
Le regole vengono rispettate davvero quando sono comprese e condivise, non quando sono solo temute o imposte dall’esterno. Se la norma appare come un limite calato dall’alto, il rispetto dura quanto dura il controllo. Serve agire sul “prima”, costruendo consapevolezza e responsabilità attraverso percorsi educativi strutturati che trasformino il rapporto con la legalità da obbligo esterno a valore interiorizzato.
L’educazione giuridica come metodo permanente a scuola
Il CNDDU propone un cambio di paradigma: l’educazione giuridica non può più essere confinata a iniziative legate a ricorrenze o progetti occasionali. Deve diventare una dimensione stabile della vita scolastica, accessibile a tutti gli studenti e non solo a chi frequenta indirizzi economici o professionali.
Conoscere la Costituzione, le istituzioni democratiche e i doveri di cittadinanza rappresenta un bisogno formativo trasversale. La comprensione del diritto non è un apprendimento tecnico riservato a pochi, ma uno strumento per costruire consapevolezza collettiva e responsabilità individuale.
I docenti di discipline giuridiche ed economiche possiedono le competenze per trasformare norme astratte in riflessione concreta su dignità, partecipazione e cittadinanza digitale. Il loro contributo non può restare marginale o episodico: va integrato nella progettazione formativa degli istituti con continuità durante l’anno scolastico, garantendo a ogni studente gli strumenti per muoversi con consapevolezza nella comunità e nelle istituzioni.
I social come moltiplicatori della violenza e il pensiero critico
I quasi mille profili social individuati durante l’operazione testimoniano una realtà preoccupante: la violenza non viene soltanto agita, ma documentata, condivisa e trasformata in contenuto da imitare. Le piattaforme digitali, attraverso i loro algoritmi, tendono a premiare i messaggi più estremi perché generano più interazioni.
Così si costruisce un immaginario collettivo in cui la forza fisica viene scambiata per autorevolezza e la sopraffazione diventa un metodo per ottenere consenso e visibilità. Questo meccanismo non riguarda più comportamenti isolati, ma una graduale normalizzazione culturale: il diritto perde valore quando la violenza appare come linguaggio ordinario.
Per contrastare questa deriva, la scuola è chiamata a rafforzare il pensiero critico degli studenti, insegnando loro a riconoscere le manipolazioni comunicative e a muoversi con consapevolezza negli ambienti online. L’educazione alla cittadinanza digitale diventa così parte integrante della prevenzione, un antidoto culturale contro la banalizzazione dell’illegalità.
La proposta del CNDDU al ministro Valditara
Il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani, guidato da Romano Pesavento, ha formulato al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara una proposta articolata su quattro pilastri.
La prima richiesta riguarda l’istituzione di un Piano nazionale per la cultura costituzionale e dei diritti umani, che superi la frammentarietà degli interventi attuali e garantisca continuità formativa. Il secondo punto prevede la stabilizzazione del contributo dei docenti di discipline giuridiche ed economiche nella progettazione didattica degli istituti, valorizzando competenze specifiche oggi poco integrate.
Il terzo pilastro si concentra su percorsi dedicati a bullismo, cyberbullismo, discriminazioni e radicalizzazione giovanile, fenomeni che richiedono azioni mirate e strutturali. Infine, il coordinamento propone l’introduzione di un nuovo indicatore nazionale che misuri la competenza civica degli studenti, rendendo verificabile l’efficacia dell’investimento educativo.
La visione sottesa è chiara: la sicurezza di una comunità dipende dalla capacità di ridurre le condizioni culturali che rendono credibile la violenza, rafforzando così la tenuta democratica del Paese attraverso la scuola.