Nam postquam Ti. Et C. Gracchus quorum maiores Punico atque aliis bellis multum

rei publicae addiderant vindicare plebem in libertatem et paucorum scelera patefacere coepere nobilitas noxia atque eo perculsa

modo per socios ac nomen Latinum interdum per equites Romanos quos spes societatis a plebe dimouerat Gracchorum actionibus

obviam ierat; et primo Tiberium dein paucos post annos eadem ingredientem Gaium tribunum alterum alterum triumuirum coloniis

deducendis cum M. Fuluio Flacco ferro necauerat. Et sane Gracchis cupidine victoriae haud satis moderatus animus fuit. Sed bono

vinci satius est quam malo more iniuriam vincere. Igitur ea victoria nobilitas ex libidine sua usa multos mortalis ferro aut

fuga extinxit plusque in relicuum sibi timoris quam potentiae addidit. Quae res plerumque magnas civitatis pessum dedit dum

alteri alteros vincere quouis modo et victos acerbius ulcisci volunt. Sed de studiis partium et omnis civitatis moribus si

singillatim aut pro magnitudine parem disserere tempus quam res maturius me deseret. Quam ob rem ad inceptum redeo.

Traduzione

Quando Tiberio e

Gaio Gracco, i cui antenati durante la guerra
punica e in altre guerre avevano molto giovato alla repubblica,

incominciarono a rivendicare la libertà della plebe e a svelare le
malefatte dell’oligarchia, la nobiltà,

sapendosi colpevole, fu presa dal
terrore. Essa si era opposta, perciò, all’esecuzione dei progetti dei

Gracchi, ora per mezzo degli alleati e dei Latini, ora per mezzo dei
cavalieri romani, che si erano allontanati dalla

plebe nella speranza di
associarsi ai nobili. Per primo trucidarono Tiberio, alcuni anni dopo
Gaio, che

seguiva le orme del fratello, tribuno della plebe il primo,
triumviro per la deduzione delle colonie il secondo; e

con loro Marco
Fulvio Flacco. Ammettiamo pure che i Gracchi, per smania di vincere non
abbiano saputo

mantenere una condotta moderata. Ma per l’uomo onesto è
meglio essere vinto che trionfare sull’ingiustizia con

mezzi violenti. I
nobili, dunque, abusando di quella vittoria secondo il loro capriccio,
eliminarono molti

cittadini con le armi o con l’esilio e furono da allora
più temuti che potenti. Questa è la causa che ha provocato

spesso la
rovina di stati potenti, in quanto gli uni vogliono prevalere ad ogni
costo sugli altri e

infierire sui vinti con troppa crudeltà. Ma se io
volessi parlare in modo circostanziato e con l’ampiezza che il

soggetto
merita delle lotte dei partiti e dei costumi di ogni stato, mi mancherebbe
il tempo prima che la

materia. Torno perciò al mio racconto.