Nel 2026 il Fondo di finanziamento ordinario delle università raggiunge 9,41 miliardi di euro, con un incremento rispetto ai 9,36 miliardi del 2025. Il decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca (Mur), che definisce i criteri di riparto, ha ottenuto il parere favorevole della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) e del Consiglio universitario nazionale (Cun).
L’iter prevede ancora l’acquisizione dei pareri di Anvur e Cnsu, seguiti dall’esame delle commissioni parlamentari competenti. Dei 9,41 miliardi complessivi, 449 milioni sono destinati al bilancio dello Stato per la riduzione del turnover. A questi si aggiungono 50 milioni reperiti dal Mur nel proprio bilancio, che saranno attribuiti agli atenei tramite il decreto Pa, atteso in Consiglio dei ministri.
I pareri di Crui e Cun: clausola di salvaguardia e risorse aggiuntive
La Conferenza dei rettori, guidata da Laura Ramaciotti (Università di Ferrara), ha espresso apprezzamento per l’intervento perequativo previsto dal decreto Mur. La misura introduce una clausola di salvaguardia modulata tra 0% e +5% rispetto all’esercizio 2025, con l’obiettivo di attenuare oscillazioni negative nei bilanci universitari e garantire una transizione sostenibile verso il nuovo quadro valutativo.
La Crui ha inoltre sottolineato il ruolo strategico dei 50 milioni in arrivo dal decreto Pa, destinati a valorizzare le performance degli atenei nella quota premiale in base ai risultati della Vqr 2020-24.
Il Consiglio universitario nazionale ha evidenziato le iniziative normative in corso, dalle quali potrebbero derivare ulteriori disponibilità altrimenti destinate a costituire economie di bilancio. Il Cun ha auspicato che tali iniziative giungano rapidamente a conclusione, affinché le eventuali risorse recuperate possano compensare gli importi destinati alla riduzione del turnover e rafforzare così la sostenibilità finanziaria del sistema universitario.
L’organismo si è inoltre dichiarato disponibile a offrire un contributo costruttivo per rivisitare il modello di ripartizione dell’Ffo, aggiornandolo alle esigenze maturate nell’ultimo decennio.
La ripartizione delle risorse: costi standard, quota base e parte premiale
Nel 2026 cresce la porzione del Fondo distribuita secondo i costi standard, che passa dal 36% al 38% calcolato al netto degli interventi vincolati. In valore assoluto significa un aumento da 2,45 a 2,58 miliardi di euro, a fronte di una riduzione della quota base legata alla spesa storica, che scende a 1,42 miliardi.
Questa evoluzione segna un riequilibrio verso criteri di finanziamento più standardizzati e meno ancorati alla storicità della spesa degli atenei.
La parte premiale registra una crescita da 2,5 a 2,54 miliardi ed è distribuita secondo tre indicatori chiave: il 60% sulla base della Valutazione della qualità della ricerca 2020-24 (in sostituzione del ciclo 2015-19), il 20% in base alle politiche di reclutamento e il restante 20% sugli indicatori di risultato della programmazione triennale. L’introduzione del nuovo ciclo Vqr rappresenta un cambio metodologico rilevante.
Al netto dei 50 milioni aggiuntivi attesi dal decreto Pa, la quota effettivamente distribuibile tra gli atenei rimane sostanzialmente allineata al 2025, nonostante l’incremento nominale del Fondo complessivo.
Le ricadute per gli atenei: perequazione e piani di reclutamento
L’intervento perequativo mantiene una sostanziale stabilità, passando da 141 a 140 milioni di euro. Questa componente mira a garantire equilibrio tra le realtà accademiche, attenuando le possibili disparità nella distribuzione delle risorse ordinarie.
In crescita risultano i piani straordinari di reclutamento e di attività di ricerca, che salgono da 848,1 a 859,4 milioni. L’incremento di 11 milioni è destinato in particolare ai ricercatori a tempo determinato, con l’obiettivo di offrire continuità al personale impegnato nelle attività finanziate nell’ambito dei progetti avviati con le risorse del Pnrr, molti dei quali sono ormai giunti al traguardo.