Tra il 5 e il 7 ottobre sono state segnalate almeno sette scuole occupate nelle città di Roma, Torino e Napoli, accompagnate da altre forme di mobilitazione che hanno comunque interrotto o modificato il normale svolgimento delle attività didattiche.
Nella capitale le segnalazioni riguardano il liceo Cavour, dove la protesta sarebbe iniziata il 6 ottobre, l’IIS Di Vittorio-Lattanzio e il liceo scientifico Tullio Levi-Civita, coinvolti nelle mobilitazioni del 7 ottobre. A Torino hanno aderito il liceo Regina Margherita e l’IIS Carlo Ignazio Giulio dal 5 ottobre, seguiti dall’IIS Sella Aalto Lagrange il giorno successivo. A Napoli la protesta ha interessato il liceo Tito Lucrezio Caro.
Il conteggio rappresenta un bilancio provvisorio aggiornato fino all’8 ottobre e non corrisponde necessariamente al numero di edifici ancora occupati in quella data. Oltre alle occupazioni, si registrano picchetti, assemblee straordinarie e autogestioni: forme di protesta differenti che, pur interrompendo le lezioni, non devono essere confuse automaticamente con l’occupazione vera e propria degli spazi scolastici.
Il quadro normativo: diritti, limiti e giurisprudenza
La Costituzione italiana tutela la libertà di espressione e il diritto di riunione, ma questi principi non legittimano automaticamente l’occupazione di un edificio scolastico quando impedisce il normale utilizzo delle strutture.
L’occupazione non è una forma di protesta espressamente riconosciuta dalla normativa, a differenza delle assemblee studentesche. Tuttavia, ciò non significa che ogni occupazione integri necessariamente un reato.
Uno dei principali riferimenti normativi è l’articolo 633 del Codice penale, che disciplina l’invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati. Nel caso delle scuole, però, la questione presenta peculiarità: gli studenti hanno già un legittimo diritto di accesso all’istituto che frequentano.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1044 del 2000, ha escluso che un’occupazione dimostrativa realizzata dagli studenti della propria scuola integrasse il reato di invasione di edificio. Questo orientamento, tuttavia, non costituisce un’autorizzazione generale.
Per valutare le eventuali responsabilità contano le circostanze concrete: modalità della protesta, uso della forza, impedimento dell’accesso ad altre persone e comportamenti tenuti durante l’occupazione. Partecipare a un’occupazione non comporta automaticamente una condanna penale, ma non esclude possibili conseguenze disciplinari o giuridiche.
Le conseguenze disciplinari e penali: assenza di danni e danni alle strutture
Quando un’occupazione si svolge senza danneggiamenti, gli studenti non sono automaticamente esenti da responsabilità. Sul piano disciplinare, possono scattare sanzioni per violazione dei regolamenti scolastici e delle disposizioni di sicurezza, come previsto dal DPR 249/1998 (Statuto delle studentesse e degli studenti). Il principio fondamentale è che la responsabilità disciplinare resta personale: ogni provvedimento deve basarsi su comportamenti effettivamente contestati al singolo.
Il DPR 134/2025 ha aggiornato il sistema sanzionatorio, prevedendo che gli allontanamenti fino a due giorni siano accompagnati da attività di approfondimento sulle conseguenze delle infrazioni, mentre per sospensioni da tre a quindici giorni sono previste attività di cittadinanza attiva e solidale. Le sanzioni devono risultare proporzionate alla gravità della condotta e lo studente conserva il diritto di difesa.
Quando invece si verificano danni a banchi, attrezzature, laboratori o strutture, entra in gioco l’articolo 635 del Codice penale sul danneggiamento di edifici pubblici o destinati a uso pubblico. Oltre alle conseguenze penali per chi ha materialmente provocato i danneggiamenti, sorge l’obbligo di risarcire i danni causati.
L’accertamento dell’autore materiale diventa cruciale: non tutti i partecipanti possono essere ritenuti responsabili indistintamente. Per i minorenni, i genitori possono essere chiamati a rispondere civilmente secondo le norme del Codice civile, mentre la responsabilità penale rimane personale e segue procedure specifiche differenti per maggiorenni e minorenni.
L’impatto su condotta, ammissione e conteggio delle assenze
Le infrazioni disciplinari commesse durante un’occupazione possono riflettersi sul voto di comportamento. Le norme aggiornate nel 2025 stabiliscono che tali infrazioni incidano sulla valutazione della condotta, senza però autorizzare riduzioni arbitrarie dei voti nelle singole materie. Un voto inferiore a sei decimi nella valutazione finale comporta la non ammissione alla classe successiva o all’esame di Stato; con sei decimi sono previste misure di recupero legate alla cittadinanza attiva.
Non esiste automatismo nella gestione delle presenze durante le occupazioni. Se le lezioni sono regolarmente previste e uno studente non le frequenta, può risultare assente; se invece le attività vengono sospese o riorganizzate dall’istituto, la situazione richiede una valutazione diversa. La validità dell’anno scolastico richiede generalmente la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale personalizzato, salvo deroghe stabilite dalla normativa.
Le rivendicazioni principali emerse nelle scuole
Gli studenti mobilitatisi tra Roma, Torino e Napoli hanno portato avanti una serie di istanze che intrecciano criticità locali e questioni di portata nazionale. Tra le principali rivendicazioni figura la contrarietà al tetto del 30% di studenti stranieri nelle classi, percepito come discriminatorio e in contrasto con un modello di scuola inclusiva e multiculturale.
L’edilizia scolastica rappresenta un’altra urgenza diffusa: al Sella Aalto Lagrange di Torino i collettivi denunciano dieci anni di cantiere, al Tullio Levi Civita di Roma l’inagibilità persistente del quinto piano. Le richieste riguardano interventi concreti e cronoprogrammi vincolanti per la messa in sicurezza.
Parallela è la critica al modello «scuola-caserma», con contestazioni a discipline rigide e limitazioni alla partecipazione: al Cavour sanzioni e presenza delle forze dell’ordine durante proteste hanno alimentato la mobilitazione, al Regina Margherita si contesta il numero limitato di ritardi e uscite anticipate.
Sul piano politico, i collettivi torinesi esprimono opposizione alla guerra e alle spese militari, chiedendo di dirottare risorse verso l’istruzione. A Napoli, al liceo Tito Lucrezio Caro, il Collettivo Settimo e il Coordinamento Kaos si oppongono al CPR di Castel Volturno e annunciano la partecipazione alla manifestazione del 24 ottobre, affiancando iniziative di solidarietà con la Palestina.