Idi di Marzo: cosa sapere sull’omicidio di Giulio Cesare

Il Cesaricidio è forse l’omicidio più famoso della storia romana: siamo nel 44 a.C., nel giorno delle Idi di marzo, quando Giulio Cesare viene assassinato da un gruppo di senatori che, temendo che Cesare volesse diventare re di Roma, organizzano una congiura. La congiura, com’è noto a tutti, viene guidata da Bruto e Cassio: a Bruto Cesare, in punto di morte, rivolge la celebre frase “Tu quoque, Brute, fili mi“. Scopriamo di più cos’è avvenuto durante le Idi di marzo del 44 a.C. e cosa simboleggia la congiura ai danni di Giulio Cesare.

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Idi di marzo: la data dell’assassinio di Giulio Cesare

Le idi di marzo corrispondono al 15 marzo del nostro calendario: come vi abbiamo anticipato, in questa data, nel 44. a.C. si consuma l’assassinio di Cesare di fronte alla sede del Senato. Secondo le fonti, Cesare si lascia convincere da Bruto ad andare dai senatori, nonostante i cattivi presagi e i tentativi dell’aruspice Spurinna, di uno schiavo e del maestro Artemidoro di stare attento. Alle ore 11.00 Cesare esce di casa e percorre la via Sacra. Giunto alla Curia, mentre il congiurato Trebonio distrae Marco Antonio, Cesare viene circondato dai congiurati. Tullio Cimbro si butta ai suoi piedi e gli toglie la toga; Publio Casca lo colpisce con un pugnale, seguito dagli altri congiurati, tra cui Marco Bruto. Il dictator dopo 23 coltellate muore sotto la statua di Pompeo, il suo nemico durante la guerra civile del 49 a.C.

Idi di marzo 44 a.C.: “Tu quoque”

Sulla celebre frase pronunciata da Cesare “Tu quoque, Brute, fili mi”, ci sono dei dubbi. Secondo Svetonio infatti Cesare avrebbe pronunciato la frase in greco ma omettendo il nome (Kaì su teknòn), anche se poi lo stesso Svetonio sostiene che Cesare abbia solo emesso un gemito. In ogni caso, la frase tradotta in latino ha avuto un’enorme fortuna, in quanto rappresenta un momento intenso di tragicità durante il quale Cesare vede tra i congiurati anche il suo pupillo.

Idi di marzo: significato e interpretazioni

La morte di Giulio Cesare è uno degli episodi più famosi della storia romana e viene interpretata in vari modi nei secoli successivi. Nel Quattrocento è al centro di un dibattito culturale: per alcuni simboleggia la vera uccisione di un tiranno e la salvezza della repubblica, mentre per altri Bruto e Cassio diventano il simbolo del tradimento. Nel Trecento infatti, ricordiamo, Dante colloca i due personaggi “traditori dell’impero” nell’Inferno, conficcati nel centro della terra con Lucifero insieme a Giuda, traditore di Gesù.